Apolline Project

illuminating the dark side of Vesuvius

La villa con decorazione dionisiaca di Somma Vesuviana nota anche come Villa Augustea


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Lo scavo della cosiddetta Villa di Augusto a Somma Vesuviana in località Starza della Regina, diretto dal Prof. Masanori Aoyagi su progetto del Prof. Antonio De Simone, è ad opera della Università di Tokyo, a cura del quale sono anche il sito web ufficiale (temporaneamente sospeso) ed il blog dello scavo (attivo dal 2011 al 2014).

L’Apolline Project può essere considerato una sorta di derivazione o progetto nato per fornire maggiori informazioni sull’area in cui la villa romana di Somma Vesuviana si trova. I legami e le collaborazioni fra i due gruppi di ricerca sono molteplici e ringraziamo l’équipe giapponese per la costante liberalità e disponibilità nella condivisione dei dati per la ricerca comune.

Di seguito sono riportate alcune immagini ed informazioni essenziali sul sito archeologico, tratte dai testi di Akira Matsuda e Girolamo F. De Simone realizzati per le attività di “archeologia pubblica”. Se sei un archeologo, potrebbe esserti utile la lettura anche di questa pagina, dove è indicata anche la bibliografia pressoché completa di quanto pubblicato finora.

Il sito in breve


Le strutture finora riportate in luce finora sono probabilmente l’ingresso monumentale di una vasta villa romana, costruita verso la metà del II sec. d.C. Il suo carattere e funzione cambiarono nel tempo fino all’eruzione del 472 d.C., che la seppellì per oltre la metà della sua altezza.

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La scoperta nel periodo fascista e le prime ipotesi


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La scoperta dell’edificio avvenne intorno agli anni ’30, dopo il rinvenimento casuale di strutture murarie durante lavori agricoli. La ricerca archeologica cominciò grazie all’interessamento di Alberto Angrisani, dottore e farmacista di Somma Vesuviana, sotto la supervisione di Matteo Della Corte, suo caro amico e direttore degli scavi di Pompei. Lo scavo riportò alla luce una piccola parte delle strutture murarie e “colonne e capitelli di marmo, pavimenti in mosaico, bellissimi frammenti statuari di un personaggio in abito eroico, stucchi policromi”.

Considerando la monumentalità dell’edificio e la sua ubicazione nell’antico territorio di Nola, si ipotizzò che la villa potesse essere la residenza dove morì l’imperatore Ottaviano Augusto, come ci tramandano alcuni autori latini.
Nonostante il grande interesse del popolo di Somma, che inviò anche una richiesta di finanziamento a Mussolini per la prosecuzione dello scavo, non fu possibile andare avanti a causa della mancanza di fondi.

La riscoperta del sito ed i nuovi scavi


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La ricerca sul sito è ricominciata nel 2002, con il progetto di ricerca multidisciplinare dell’Università di Tokyo.
Il visitatore può oggi osservare alcuni ambienti dal carattere monumentale e di rappresentanza. La stanza più grande è costituita da un lato da un colonnato, due pareti con nicchie, un’arcata sorretta da pilastri e, dall’altro, da una parete decorata con temi legati al dio del vino Dioniso.







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In una delle nicchie è stata rinvenuta una donna con veste greca, forse una divinità, mentre in un’altra in origine era collocata una statua di Dioniso giovane con cucciolo di pantera; entrambe sono ora al Museo Archeologico di Nola. In una delle ultime fasi di vita, questa stanza e tutte le altre furono destinate alla produzione agricola.
Ad ovest è una stanza con numerose porte e finestre, in origine con pavimento a mosaico e tarsia marmorea, successivamente divisa in due parti, una stalla ed una dispensa. In una fase tarda, a seguito del crollo del tetto, in un angolo fu posto un forno.



Verso valle, collegata con la stanza principale da due scale, è un’area terrazzata con colonnato in mattoni e, verso est, un’aula absidata con arcata e fregio con Nereidi e Tritoni. Da questa stanza si accede ad un’altra, ugualmente absidata e con pavimento a mosaico decorato con motivi geometrici e delfini che saltano fra le onde. Fra le scale per la terrazza superiore, in una fase tarda furono poste due cabalette e tre “cisterne/silos”, all’interno delle quali sono stati trovati un torso di cileno, un’erma ed un’iscrizione funeraria.
Dalla terrazza mediana si accede, tramite una scala, ad una cella vinaria posta più in basso, dove nel 472 d.C. si produceva ancora il vino.


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Oltre la parete con decorazione dionisiaca è una vasta area, con due muri orientati nord-sud ed originariamente pavimentata con basoli di lava. In una fase successiva, parte dei basali fu rimossa e furono posti alcuni grandi contenitori panciuti (dolia). Poi anche i doli a furono rimossi e, sul terreno accumulatosi, sono state rinvenute tracce di solchi arati ed impronte di animali, probabilmente in fuga al momento dell’eruzione.



Le scoperte più recenti


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Durante la campagna 2014 è stata indagata l’area intorno all’arcata ovest, riportando così in luce un muro affrescato, crollato durante l’eruzione. Nella terrazza inferiore è stata scavata un’altra porzione della cella vinaria, dove è stato trovato anche un frammento di statua femminile di piccole dimensioni.
Durante la campagna 2016 è stata indagata l’area nord-est del sito, a ridosso delle due stanze absidate. Quanto finora riportato in luce è parte di una grande cisterna, costruita probabilmente prima delle due sale affrescate.
Di particolare interesse è la traccia di coltivazioni delle fasi più tarde di frequentazione prima dell’eruzione.

Durante la campagna 2017 è stata indagata l’area alle spalle della grande stanza absidata dove sono state trovate tracce più fasi di frequentazione ed abbandono negli ultimi 100 anni prima dell’eruzione del 472 d.C.
Di particolare interesse sono, più ad ovest, i resti di muri più antichi, di un edificio forse costruito prima dell’eruzione del 79 d.C.

Sebbene i dati finora acquisiti non supportino l’ipotesi che questa sia la villa di Augusto, la ricchezza ed unicità dei reperti aiutano a capire molto della Campania antica fino alla data tradizionale della fine dell’Impero Romano d’Occidente.


La ceramica tardoantica


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Lo scavo di questo sito porta in luce sempre una buona quantità di ceramica. Tuttavia dall’inizio degli scavi abbiamo trovato davvero pochi vasi sotto la cenere dell’eruzione. La scoperta è infine arrivata nel 2007: abbiamo trovato una parte degli oggetti in uso proprio prima dell’eruzione di Pollena (472 d.C.) nelle stanze che si trovano nella parte nord-est dello scavo. Per la cucina si contano 4 pentole e 4 coperchi e un piatto africano con decorazione cristiana (il monogramma chi rho con tre colombe intorno) e due croci per il servizio da tavola. La scoperta continua nel 2008: altre tre pentole sono state trovate sotto la cenere. Speriamo che queste scoperte possano portare maggiori informazioni sulle ultime fasi di vita degli abitanti del nostro sito e di altri simili in area vesuviana.


Il vino vesuviano, una passione da 2000 anni


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In età romana le colline fertili del Vesuvio erano coperte da vigneti, il vino era il principale prodotto agricolo della regione, ed il dio Diòniso/Bacco ne era il patrono.
Questo sito archeologico mostra come anche dopo l’eruzione di Pompei (79 d.C.) il legame fra il vulcano e Dioniso fosse ancora forte. Sono infatti rappresentati grappoli d’uva e simboli dei riti misterici, inoltre è presente la statua di Dioniso, raffigurato giovane con cucciolo di pantera in braccio.
La statua era ancora in una delle nicchie fino a poco prima della eruzione del 472 d.C., in un periodo in cui l’Impero Romano era passato in modo definitivo al Cristianesimo.
In quell’anno il sito aveva perso la sua originaria funzione di rappresentanza ed era stato destinato alla produzione agricola. Nella terrazza inferiore fu posta una cella vinaria e così pare che il legame fra Dioniso e la produzione del vino intorno al Vesuvio fosse ancora molto forte.



Com’era l’ambiente in antico?


I resti vegetali, in particolari condizioni, si conservano per secoli e, una volta portati alla luce, possono essere studiati e identificati dai botanici per ricostruire il paesaggio antico. Dall’analisi di semi, frutti e legno, si può capire che cosa mangiavano e cosa coltivavano gli abitanti del sito, quali tipi di boschi erano presenti sul territorio e quale legno si utilizzava per le strutture degli edifici. Lo studio si svolge in diverse fasi: durante lo scavo raccogliamo i resti degli alberi, che molto spesso consistono in minuscoli frammenti di carbone, poi analizziamo al microscopio la struttura molecolare e la confrontiamo con i campioni che abbiamo in laboratorio. In questo modo riusciamo ad identificare la specie.

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Lo studio dei resti della villa di Somma, insieme con quelli provenienti da siti vicini, come la villa con terme di Pollena Trocchia ed il porto antico di Napoli, ci permettono di ricostruire il paesaggio antico. I resti di Somma sono particolarmente interessanti, perché attestano la presenza di molte specie arboree. Nell’area circostante lo scavo vi era un bosco misto, con quercia, carpino, olmo, orniello, e soprattutto castagno. Il castagno era facilmente reperibile ed utilizzato sia come legna da ardere, sia per le strutture architettoniche.
Alcuni frammenti sono stati datati e risalgono al I secolo d.C. Più in alto sulla montagna c’erano faggi ed abeti, scomparsi dopo il V secolo ed ora tipici delle aree montane e submontane. In pianura infine trovava spazio la coltivazione del noce e del pino, usato anche come pianta ornamentale.


Archeozoologia


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L’archeozoologia è un ramo dell’archeologia che studia gli animali nelle loro forme, anatomia, funzioni e comportamenti. Lo studio degli ossi animali è molto importante all’interno della ricerca archeologica, infatti permette di capire quali animali vivevano nell’area e quindi come era l’ambiente in antico. Inoltre, attraverso i resti dei pasti possiamo capire molto degli abitanti del sito: ad esempio cosa mangiavano e se erano ricchi o poveri; in alcuni casi i resti animali testimoniano anche di rituali e sacrifici. Lo studio dei resti animali di tutta l’area del Vesuvio ci aiuta anche a ricostruire l’economia antica, in particolare quali erano le specie allevate, il trasporto, la macellazione, ed i cambiamenti che avvengono nei secoli.

Molti resti di animali provengono dalle “cisterne/silos”, dove sono state trovate anche una statua e tessere di mosaico. Abbiamo trovato resti di mammiferi di piccola e media taglia e uccelli. Fra questi ci sono molti resti di maiali ed alcuni ovicaprini, usati sicuramente a scopo alimentare. Ci sono anche ossi di cucciolo di cane e di piccoli roditori, probabilmente topi scavatori di tane. Nel 2017 sono stati ritrovati i resti di un enorme cane nell’area vicino alla grande sala absidata.


Come si viveva qui 2000 anni fa?


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La Storia non è fatta solo di guerre ed imperatori, ma soprattutto di tantissime persone che, nonostante i grandi avvenimenti politici, cercavano di portare avanti le loro vite come sempre.
Per molti versi, i Sommesi di 2000 anni fa conducevano una vita molto simile a quella dei nostri nonni. Infatti per la maggior parte erano contadini, spesso coltivavano la terra di ricchi padroni, producevano soprattutto vino, ma c’erano anche tanti frutteti e, più in alto sulla montagna, castagneti.

Conducevano una vita molto semplice, scandita dal ritmo delle stagioni e della terra. Nel tempo libero bevevano, giocavano a dadi, filavano, raccontavano storie di entità magiche che vivevano nella foresta (simili alle janare) e svolgevano riti propiziatori affini a quello, per esempio, del ‘pertecone’ dei giorni nostri. Nei secoli hanno cambiato lingua e religione, prima animisti, poi pagani, infine cristiani, ma il loro rapporto con la ‘Montagna’ non si è mai interrotto.


Eruzioni vulcaniche e seppellimento dell’edificio


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L’edificio è stato distrutto e seppellito da numerose eruzioni posteriori a quella che distrusse le città di Pompei ed Ercolano (79 d.C.).
L’edificio, che prima dell’eruzione era già in evidente stato di degrado, è stato inizialmente sepolto, per circa metà della sua altezza, dai prodotti vulcanici emessi durante l’eruzione esplosiva cosiddetta di Pollena (472 d.C.). Dapprima, un sottile strato di sabbie e densi lapilli ha ricoperto uniformemente tutti gli ambienti dell’edificio, sigillando sul pavimento i crolli avvenuti prima dell’eruzione. Poi, numerosi flussi di cenere vulcanica e grossi blocchi di lava consolidata di oltre un metro di diametro, creatisi lungo i ripidi fianchi del Somma, hanno investito le strutture dell’edificio seppellendolo sotto una coltre di circa 4-5 metri di spessore. Alla fine di quest’eruzione le strutture più elevate dell’edificio erano ancora visibili, emergendo per alcuni metri dal deposito vulcanico.
Per alcuni decenni parte delle strutture è rimasta esposta all’aria aperta, e si è quindi formato un sottile suolo e si è accumulato uno strato di detriti provenienti dai muri in disfacimento. Nei primi anni del VI secolo d.C. si è avuta un’altra eruzione, che ha sepolto ciò che restava visibile delle strutture murarie. Su questi depositi vulcanici si è formato uno spesso suolo che sta ad indicare il trascorrere di un periodo di tempo più lungo prima che quest'area fosse ricoperta dai prodotti di almeno due eruzioni più recenti.


San Gennaro e l’eruzione del 6 novembre 472 d.C.


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Il Vesuvio è eruttato innumerevoli volte, dall’età preistorica fino al 1944, quando a Napoli c’erano le forze alleate per l’ultimo conflitto mondiale.

L’eruzione più interessante per il versante settentrionale del Vesuvio è quella del 472 d.C., cioè quattro secoli dopo quella che seppellì Pompei e pochi anni prima della fine dell’Impero Romano d’Occidente. Allora il Cristianesimo era la religione ufficiale da più di un secolo, San Paolino era morto da circa 40 anni, le campagne erano continuamente invase da orde di barbari.

L’eruzione fu devastante e le sue ceneri raggiunsero Costantinopoli (Istanbul), dove l’evento fu interpretato come segno divino, dando vita ad una processione commemorativa. Una moltitudine di napoletani si radunò alle catacombe, intorno alla tomba di San Gennaro, chiedendo di salvare Napoli.
Questo fu il suo primo miracolo.


L’informatica al servizio dell’archeologia


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Un gruppo di informatici si occupa da anni della scansione tridimensionale e ricostruzione digitale di patrimoni culturali a rischio. Tali modelli formano un archivio digitale pubblicato in rete. Dal 2003, questo gruppo opera per la creazione di un “modello virtuale dal reale” del sito archeologico di Somma. Il lavoro consiste in due fasi: la scansione del sito come ora appare e da esso la creazione di un modello tridimensionale virtuale.
Questa tecnologia, definita “modellazione dalla realtà”, consente da un lato di rilevare in modo accurato e rapido le complesse strutture messe in luce, dall’altro di creare un modello virtuale molto affidabile, poiché basato sulla struttura reale. La grafica computerizzata offre inoltre strumenti di grande utilità per lo studio archeologico e storico-artistico.

È infatti possibile manipolare il modello virtuale, scegliendo particolari punti di vista, ipotizzando in modo rapido e non invasivo le ipotesi ricostruttive, creando modelli di fase, eccetera.
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Gran parte del sito archeologico ed i reperti più importanti sono annualmente digitalizzati. È così possibile documentare i vari ampliamenti dello scavo ed i cambiamenti annuali. I modelli virtuali sono stati utilizzati sul campo per vari scopi, come ad esempio:
- La ricomposizione virtuale della statua del Dioniso, attraverso i numerosi frammenti ritrovati.
- La verifica degli effetti del restauro sulle strutture danneggiate.
- L’analisi dei colori degli affreschi e la ricostruzione digitale dei colori come apparivano originariamente.
- La simulazione di come doveva apparire il sito in diverse condizioni di luce, come ad esempio al tramonto o illuminato da lucerne o fiaccole.
Inoltre, grazie alla computergrafica si è ricostruito l’edificio come, sulla base di studi e confronti, si ipotizza dovesse apparire in antico. Con l’uso di occhiali speciali è stato possibile muoversi all’interno del sito e vedere come era in origine, con luci ed ombre naturali. Tale iniziativa è stata di grande aiuto sia per le attività di public archaeology, sia per studi architettonici.


Archeologia Pubblica a Somma Vesuviana


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L’archeologia pubblica è un campo di ricerca nato negli anni ‘70 ed ha come oggetto il rapporto tra archeologia e pubblico, al fine di migliorare la gestione dei beni culturali. Nel nostro sito, le attività di archeologia pubblica si articolano in tre tipologie:

1 Apertura del sito. In Italia, i siti archeologici sono raramente aperti al pubblico durante le fasi di scavo. Il nostro sito è invece aperto per una serie di motivi:
- i rinvenimenti sono eccezionali e ci vorrà molto tempo prima che lo scavo dell’intero edificio finisca;
- vogliamo che si instauri un buon rapporto fra la popolazione locale e gli archeologi giapponesi;
- vogliamo venire incontro al desiderio popolare di partecipare.

2 Materiale didattico. Ogni anno realizziamo un depliant divulgativo ed allestiamo pannelli illustrativi sul sito per trasmettere informazioni in modo comprensibile ed accattivante.

3 Presentazioni fuori dal sito. Abbiamo illustrato i risultati della ricerca in vari contesti ed incontri.
L’archeologia pubblica è apertura e dialogo con voi!


Parola ai bambini!


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Fin dal primo anno di scavo, tantissimi bambini visitano il sito archeologico ed hanno per noi domande fra le più curiose e stimolanti. Noi incoraggiamo questo interesse non solo con le visite al sito, ma anche con incontri presso le scuole, questionari, testi. Il nostro obiettivo è di dare spazio alla fantasia dei bambini, usata per aumentare l’interesse e diminuire la distanza fra i resti, apparentemente freddi e senza vita del sito archeologico, ed il loro mondo personale, fatto di contatti, emozioni, e giochi. Gli insegnanti sono di grande supporto ed hanno anche intrapreso iniziative cui noi non avevamo mai pensato, come la realizzazione di una recita in costume su Augusto.



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Nel 2007 abbiamo chiesto ai bambini di scegliere, fra sei immagini e prima della loro visita allo scavo, quella che secondo loro rappresentasse meglio la vita nel sito archeologico in età romana. Su un campione di 180 studenti, il 28% ha indicato in una fattoria l’immagine più appropriata. Seguono i ricchi banchetti delle case patrizie (18%), i sacrifici presso un tempio (17%), l’atletica e i giochi (16%), i bagni all’interno delle terme (12%), ed in ultimo l’esercito (7%). Abbiamo posto la stessa domanda agli adulti ed abbiamo ottenuto grosso modo gli stessi risultati. Tuttavia i bambini hanno scelto in percentuale maggiore i giochi e l’esercito, il primo probabilmente perché più vicino al loro mondo, il secondo probabilmente veicolato dall’immagine che comunemente la televisione ed il cinema offrono dei Romani.

Per contrasto, invece, l’immagine più popolare è quella più lontana dagli stereotipi sugli antichi Romani e più vicina all’esperienza personale. Gli abitanti della villa non sono quindi identificati come i Romani noti dai libri e dai film, ma come gli antichi abitanti di Somma.

La galleria della Regina Giovanna e la sua carrozza d’oro...


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Mentre lavoriamo allo scavo, molte persone del posto ci chiedono spesso se abbiamo trovato la Galleria della Regina Giovanna e la sua Carrozza d’oro. La risposta nostra è purtroppo ‘no’: il complesso che stiamo mettendo in luce è infatti un edificio di età romana imperiale, ossia di circa 1000 anni prima del periodo in cui visse la Regina Giovanna!
Però le leggende tramandate attraverso le voci della popolazione locale si basano spesso su un vero fatto storico ed in effetti la Regina Giovanna si sposò con il Re Ferrante II d’Aragona proprio al palazzo reale della Starza della Regina nel 1495.
Poiché come archeologi dobbiamo fornire l’informazione scientifica ma non vogliamo imporre il nostro punto di vista, né distruggere il patrimonio di leggende e tradizioni locali, abbiamo fatto alcune interviste per raccogliere informazioni su questa storia. Ecco alcuni fra i risultati più interessanti.
- Ci sono numerose versioni della leggenda ed i luoghi che la presunta Galleria è considerata collegare sono diversi. Mentre la versione più accettata dice che collegava la Starza della Regina con S. Maria del Pozzo (dove secondo alcuni c’era ancora in tempi recenti un’apertura dalla quale calarsi), altre versioni fanno riferimento al Castello D’Alagno, la Villa augustea (!), San Domenico, Madonna della Sanità (Mariglianella), ed anche addirittura… Portici!

- Alcuni dicono che videro cunicoli sotterranei durante i lavori eseguiti in Piazza Vittorio Emanuele III o su Via Aldo Moro negli anni ’70/’80.
- Un sommese ha indicato che la leggenda potrebbe riferirsi all’acquedotto romano che passava per Somma. Questo acquedotto è veramente esistito ed una parte di esso passava in effetti anche nel territorio dell’attuale Somma, ma molto più a valle dalla Villa Augustea.
Considerando questi punti, adesso pensiamo che la leggenda si sia creata sulla base di un fatto storico relativo alla Regina Giovanna e che poi si sia mescolato poco alla volta con altre informazioni, sia vere che di fantasia, generando così diverse versioni.