Apolline Project

illuminating the dark side of Vesuvius

La villa romana con terme di Pollena Trocchia


Come spesso accade in area vesuviana, durante la costruzione di nuovi edifici o nell’attività di sfruttamento delle cave alcuni siti archeologici vengono portati alla luce, o il più delle volte sono distrutti illegalmente. Questa è la storia di uno di essi, scoperto e parzialmente distrutto nel febbraio del 1988, poi ricoperto da una discarica abusiva e dimenticato fino al 2007, quando l’Apolline Project ne ha cominciato lo scavo sistematico, ancora in corso.



La prima scoperta


Il Comune di Pollena Trocchia si trova sul margine nord-occidentale del Monte Somma ed ha la forma di una lunga striscia di terra che va da una delle cime del Somma fino a valle. Fra i siti archeologici individuati nell’area del Comune, quello descritto in questa pagina è posto nella sua parte più a valle, sull’asse viario naturale che collega i Comuni nordvesuviani fra loro da est ad ovest, ed è adiacente ad un vecchio lagno borbonico, ora trasformato in via Vasca Cozzolino. In quest’area, nella proprietà che originariamente apparteneva alla vicina Masseria De Carolis, negli anni ’80 si andava costruendo il Parco Europa e così, nel cavare la sabbia vulcanica, vennero portati alla luce i resti di un edificio romano. Sebbene non ve ne sia menzione nei documenti d’archivio, lo studio delle foto d’epoca e quanto riportato in luce negli anni scorsi mostra chiaramente che, al momento della scoperta, si tentò di distruggere i ruderi romani con una ruspa; infatti vi sono ancora oggi numerose tracce della benna meccanica su muri e pavimenti (clicca qui per saperne di più). A metà dell’opera di distruzione intervenne la Soprintendenza Archeologica, che fermò i lavori e documentò quanto visibile, che consisteva principalmente di due ambienti voltati. Questi furono interpretati dal funzionario di zona come granai di una fattoria romana, costruita dopo l’eruzione pompeiana del 79 d.C. e poi smantellata in parte in età borbonica per costruire il teatro San Carlo di Napoli (clicca qui per saperne di più). Il sito venne poi abbandonato a se stesso e rapidamente divenne una discarica abusiva di materiale edilizio e rifiuti vari. La piccola recinzione provvisoria, posta al centro del sito, venne parzialmente divelta ed al suo interno fu piantato un albero e furono sversati vari copertoni, una lavatrice, ed altri rifiuti. L’intera area è rimasta in questo stato fino al 2006, quando l’Apolline Project ha prima riscoperto il sito, poi ha avviato le attività di bonifica dell’area e di scavo archeologico integrale, che continuano ancora oggi.

Le terme romane


Lo scavo archeologico di questo sito è iniziato nel 2007 e finora ha permesso di identificare almeno 14 ambienti di un grande complesso termale. Questo edificio, costruito sopra le ceneri dell’eruzione che distrusse Pompei nel 79 d.C., è probabilmente databile al II secolo d.C. Tra la fine del IV e gli inizi del V secolo il sito diventa più povero; infatti gli ambienti termali cessano di essere usati ed i pavimenti sono rimossi e probabilmente riutilizzati altrove. Nel 472 il sito è parzialmente distrutto e coperto da un’eruzione vesuviana, ma poco dopo l’area viene nuovamente abitata, come dimostrano alcune strutture trovate ad una quota più alta. L’area viene poi nuovamente e definitivamente sepolta dalle successive eruzioni del 505 e 512 d.C.

MDC10

In questa immagine puoi vedere molti degli ambienti termali. I due ambienti voltati non sono granai, come si pensava negli anni ‘80, bensì fornaci per riscaldare l’aria e l’acqua degli ambienti termali. Oltre la fornace di sinistra vi è il deposito della legna, sopra il quale è posta una cisterna. Più prossimi alla scarpata sono invece gli ambienti termali, dei quali si conservano in molti punti alcuni dei pilastrini che sostenevano il pavimento riscaldato. L’ingresso alle terme era attraverso uno degli ambienti a destra.


Il progetto è ancora in corso e vede coinvolti professori e studenti di numerose università, fra le quali anche quella di Oxford, i quali lavorano gratuitamente al recupero e alla valorizzazione del sito archeologico. Oltre agli archeologi, partecipano anche vulcanologi, paleobotanici, tecnici informatici e specialisti di molte altre discipline. La collaborazione fra i diversi campi di ricerca permette di capire quali erano le specie coltivate nell’area circostante e sul vulcano, quali animali si allevavano, come questo sito era collegato con il resto del territorio. Una volta completata l’indagine archeologica, l’intera area sarà destinata a parco e sarà possibile visitare il sito.